Inviato da : iacopovenier
Mercoledì, 03 Febbraio 2010 - 17:18
"Il 6 marzo, a Milano, si svolgerà una grande manifestazione contro il razzismo, l'omofobia e la xenofobia. Ancora una volta da Facebook, come nel caso del 'No Berlusconi Day', si leva la voglia dell'opinione pubblica di farsi sentire contro le politiche e le pseudo culture della destra che ci governa."NO.R.D.-No Racism Day" sarà l'occasione non solo per opporsi alla Lega e al razzismo dilagante ma anche per mostrare il volto civile del Paese. Sono ormai oltre 200mila le adesioni alla manifestazione sulle pagine di facebook e degli altri social network mente si stanno organizzando da Navora a Napoli, da Vicenza a Palermo, i pulmann per trasformare anche questa volta il virtuale in reale. Il PdCI - Federazione della sinistra aderisce a livello nazionale e territoriale senza riserve alla mobilitazione e parteciperà alla manifestazione". E' quanto afferma Jacopo Venier, dell' Ufficio politico del PdCI - Federazione della sinistra.
Inviato da : iacopovenier
Venerdì, 18 Dicembre 2009 - 13:55
I torti e le ragioni
di Jacopo Venier
Le cronache comuniste riportano una storica frase di Pajetta : “ è meglio avere torto con il partito che ragione da soli.”
Questo principio, (che da sempre condivido e che è contenuto esplicitamente anche nel ragionamento posto alla base della nota “ Il semplice difficile a farsi: UNITI SUBITO!”), va però oggi valutato alla luce di due questioni di fondo.
La prima è quale sia il partito, la seconda è se si è veramente soli. Quale sia il partito che decide su ragioni e torti non è affatto una domanda impropria alla luce del fatto che il mio partito attuale il PdCI pensa la propria strategia in funzione dell’obiettivo di realizzare il partito futuro e cioè il Partito di tutte le comuniste ed i comunisti. Se si sia veramente da soli lo si deve valutare anche in relazione al consenso che le proprie idee o proposte raccolgono non solo nei gruppi dirigenti ma nella più ampia comunità a cui si appartiene che è fatta di militanti, di iscritti ed anche di simpatizzanti ed elettori.
Fatta questa premessa posso dire che la lunghissima riunione dell’Ufficio Politico del PdCI del 16 dicembre 2009 in cui si è discusso dei temi che mi sono permesso di porre all’attenzione del partito in relazione alla possibilità di una iscrizione diretta alla Federazione, per me modifica profondamente il quadro ed impone una seria riflessione, anche autocritica.
L’intensità emotiva della discussione ha fatto emergere anche elementi affettivi, che ovviamente non possono e non devono condizionare la politica, ma che evidenziano ai miei occhi un prezioso substrato di legami intensi e profondi frutto di più di dieci anni di militanza comune.
L’elemento fondamentale della discussione che abbiamo avuto però è stato il generale timore che questa proposta potesse apparire come un disarmo unilaterale del PdCI.
Nessuno dei componenti l’organismo dirigente (nemmeno coloro che pur contrastandola hanno riconosciuto non solo la legittimità ma anche la fondatezza teorica della proposta) ritiene possibile che questo tipo di iniziativa possa generare una reazione a catena contestuale e parallela nel corpo politico di Rifondazione Comunista al punto da determinare quella massa critica necessaria a produrre un salto in avanti verso la costruzione di un unico Partito Comunista.
Il dubbio che, dietro le posizioni di resistenza del gruppo dirigente di Rifondazione ci sia un corpo politico disponibile ad accettare la sfida di una accelerazione unitaria, non c’è. Quindi l’interpretazione che ne deriva è la necessità di accantonare la questione pena il rischio di disorientare il corpo militante del PdCI al punto da pensare ad un suo scioglimento.
Questa obiezione unanime (che io avevo preso in considerazione già nella mia nota ed a cui ho cercato di replicare nella discussione portando a testimonianza i tantissimi messaggi di attenzione e disponibilità che, proprio da militanti di Rifondazione sono giunti all’idea) taglia però la testa al toro.
Lo scopo del ragionamento da me avanzato non era affatto quello di produrre lo scioglimento del PdCI ma anzi di rafforzarne la linea con una diversa opzione tattica. Questo non si può determinare però contro il suo gruppo dirigente che ovviamente reagirebbe, non solo liquidando la possibilità avanzata, ma rinchiudendosi in difesa. Si acuirebbero quindi i pericoli di una ulteriore burocratizzazione ed autoreferenzialità già oggi presenti e da me tanto temuti e denunciati.
Da qui la seconda questione su cui ho riflettuto profondamente in questi giorni.
Il rischio di generare una eterogenesi dei fini.
A questo punto sostenere la mia posizione oltre la dimensione del ragionamento collettivo dentro gli organismi dirigenti del PdCI potrebbe infatti determinare nuove rotture, separazioni ed incomprensioni che non servirebbero all’obiettivo che resta quello di rafforzare la Federazione al punto da farla divenire, se non il Partito, lo spazio della rapida ricomposizione dei comunisti.
Come ho sempre detto la mia non è una battaglia personale ma una iniziativa politica dentro il quadro dato per cambiarlo. Date le condizioni mi rimetto quindi alle decisioni del mio partito (attuale e non futuro) che, come avevo chiesto, ha svolto una valutazione sulla compatibilità di questa idea con la linea uscita dal Congresso di Salsomaggiore.
Credo comunque che l’obiettivo fondamentale sia stato raggiunto. Oggi, grazie anche alla discussione che si è pubblicamente aperta, e che non è esagerato dire abbia coinvolto migliaia di compagni, la situazione è più chiara, la tattica più esplicita, le posizioni meno ambigue.
La storica frase di Pajetta (che si inquadra in una logica di applicazione alta del centralismo democratico e che ha consentito allo stesso Pajetta di rimanere delle sue opinioni pur piegandosi alle decisioni collettive) comporta ovviamente da parte mia un vincolo politico con la linea e la tattica definita dagli organismi dirigenti del PdCI. Questo vincolo deriva proprio dalla discussione che è avvenuta e dalla sintesi che si è trovata.
Solo la discussione libera, il dibattito partecipato, la ricerca della sintesi generano la condizione per ottenere quella disciplina di organizzazione senza la quale i partiti, presenti e futuri, non è che si sciolgono ma semplicemente non esistono.
Detto questo non mi resta che raccontare ai compagni della esperienza positiva della prima riunione del Consiglio Nazionale della Federazione. Una riunione consapevole delle difficoltà, ricca di molte e diverse posizioni che hanno arricchito il dibattito; una riunione capace di definire una scaletta di lavoro ed i primi strumenti per farlo.
In questo contesto porterò tutta la determinazione unitaria e la speranza e la passione che mi ha mosso nell’ultimo periodo.
Anche in questo caso so che non sono affatto solo.
Inviato da : iacopovenier
Sabato, 12 Dicembre 2009 - 19:49
UNITI SUBITO?
LO VOGLIAMO DAVVERO?
Dopo quattro giorni di dibattito intenso mi pare necessario affrontare alcune critiche che sono state poste al ragionamento contenuto nella nota “Il semplice difficile a farsi: UNITI SUBITO!”
Alcuni lettori (distratti o malevoli) hanno tratto una conclusione sbagliatissima :”Venier vuole sciogliere il PdCI!” E’ esattamente il contrario. Io, non da solo a quanto pare, mi sto chiedendo come dare attuazione al mandato congressuale che chiedeva agli organismi dirigenti di trovare la strada per la fusione con Rifondazione Comunista. Se si vuole cambiare questo mandato del Congresso si deve convocare un nuovo congresso del Partito dei Comunisti Italiani. Io penso, come ho scritto, che il PdCI deve trasformarsi, dentro la federazione, in un luogo di elaborazione, di proposta, di iniziativa ma non ha senso che questo mantenga una propria organizzazione strutturata come un partito. Del resto come si spiega la presentazione della Fondazione Marx XXI se non come una tappa in questa direzione?
La seconda obiezione, serissima, che viene avanzata sta nella domanda: “ ma dove ci porti? La Federazione come partito non esiste e quindi meglio rimanere dove stiamo che cadere nel vuoto”. Questa obiezione è giusta e senza una risposta certa. La premessa del mio ragionamento è che tutti ci assumiamo insieme un rischio e così cambiamo la realtà. Si tratta quindi di discutere, verificare, confrontare insieme le opinioni e le possibilità e poi decidere il da farsi. Sono convinto che, alla fine, la Federazione sarà il partito di tutte e di tutti i comunisti o non sarà. Sarebbe quindi meglio arrivarci subito che perdere ancora una volta tempo prezioso.
La terza questione che vorrei porre è questa: se mi sbaglio, se chi, e mi sembra che siano tanti, è disposto ad iscriversi subito e solo alla Federazione si sta sbagliando (cosa possibilissima) come si realizza l’unità dei comunisti? Speriamo che tutti si iscrivano al PdCI? Ci iscriviamo tutti a Rifondazione? Speriamo che venga da Marte qualcuno che ci metta assieme per forza? Insomma quale è la strada realistica per ottenere una cosa così semplice che sembra impossibile?
Infine vorrei dire a chi critica il fatto che stiamo ancora discutendo di contenitori e non di contenuti che ha assolutamente ragione. Io credo che questa discussione serva, prima di tutto, per far emergere fino in fondo e senza ambiguità le posizioni. Si vogliono mantenere in vita due partiti comunisti? Lo si dica tutti lealmente. Smettiamo di scontrarci su chi è più unitario e, finalmente, andiamo a far politica fuori da noi, nella società, nel conflitto!
Inviato da : iacopovenier
Venerdì, 11 Dicembre 2009 - 12:47
FEDERAZIONE FUORI TEMPO MASSIMO.
DOBBIAMO TORNARE AL PCI
Caro Iacopo, ho letto attentamente quello che hai scritto.
Per certi versi interessante, per altri appare velleitario e sovradimensionato rispetto al cumulo di macerie dalle quali stiamo, con estrema fatica, tentando di riemergere.
La federazione arriva fuori tempo massimo; noi la chiediamo da anni ma paghiamo lo scotto di quel peccato originale che si chiama "scissione" (non entro nel merito della scelta fatta nel '98 e, allora, ero segretario di federazione di Rifondazione).
Diliberto ha ragione quando dice: occorre rinnovare i gruppi dirigenti, io dico di più, dobbiamo dare ai giovani lo strumento per cambiare questa società e la federazione è un minus rispetto a ciò che meritano.
I sondaggi ci danno al 2,5% (!) e non siamo riusciti a fare una sintesi sull'unità. Questo è il dato di fatto. Dentro Rifondazione si agitano svariate "anime" (che appunto rischiano sempre più di rimanere soggettività ectoplasmatiche in tutto e per tutto).
Stiamo diventando una caricatura di una storia che ci ha pesantemente sconfitto, nonostante le nostre analisi non siano state così sbagliate vista la crisi dell'attuale modello di sviluppo capitalistico.
La federazione della sinistra ha un simbolo che, tutto può dirsi tranne che equivoco, rappresenta le lotte dei lavoratori: è un simbolo comunista a tutto tondo. Perché chiamarci, allora, federazione della sinistra? Perché rincorriamo quello che hanno già fatto (giusto o sbagliato che sia) i compagni di S & L? Capisco il rispetto verso altri soci fondatori ma, mi chiedo: nella mia provincia chi rappresenta il movimento di Salvi? Chi quello di Patta?
Mi sembra tanto che abbiamo adottato il simbolo di rifondazione, aggiungendovi alcune sigle.
Rifondazione era il nostro partito, quel minimo comune denominatore che caratterizza le storie, le passioni, le scelte che circa 20 anni fa facemmo tutti insieme. Venute meno le motivazioni di quella scissione, tanto valeva far ritorno a casa, guardarsi negli occhi, rimboccarsi le maniche e ripartire.
L'alternativa? Riprendersi di forza il vecchio simbolo del P.C.I., magari affrontando una battaglia legale e dire alla gente: Siamo tornati!
Saluti comunisti.
Renzo Interlenghi - Segretario della federazione di Fermo del PdCI
Inviato da : iacopovenier
Giovedì, 10 Dicembre 2009 - 18:35
Pubblico molto volentieri questa articolata risposta di Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI, alla mia nota "Il semplice difficile a farsi". La discussione è aperta e questo mi pare sia un bene per tutt* e soprattutto per la Federazione. Grazie Francesco.
Caro Jacopo, non sono d'accordo.
ho letto con molta attenzione la tua nota; l’attenzione che si deve ad un compagno che rispetto profondamente, con una notevole esperienza ed una grande capacità di produrre lavoro politico. Un compagno con il quale condivido da sempre tanta parte del mio percorso politico nel PdCI. Per questo e perché mi hai chiesto una mia opinione, ho deciso di scrivere queste righe, sebbene io ritenga che i dibattiti politici fondamentali, come quello che tu hai sollevato, debbano sempre svolgersi all’interno delle opportune sedi di partito (non per burocratismo, ma perché credo profondamente che la forma di un dibattito sia sempre anche sostanza).
Ti dico subito, con la franchezza che ti è dovuta, che non condivido.